Il cristianesimo è l’unica religione che parla di una chiamata universale alla salvezza. Non solo per alcuni eletti, neanche solo per i buoni. Tutti sono chiamati, “buoni e cattivi”, gente per bene e peccatori.
A questo proposito la Bibbia usa delle immagini. La prima lettura ci parla di un banchetto, offerto gratuitamente. L’immagine è importante anche perché evoca l’idea di una salvezza collettiva. Non è una cena “a due”, è un banchetto, una festa: siamo destinati a entrare in comunione con tutto e con tutti. La Chiesa è il segno e lo strumento di questa comunione.
Nel vangelo Gesù riprende l’immagine del banchetto. Questa volta si tratta di una festa di nozze. Gli invitati però non vogliono partecipare. Hanno cose più importanti a cui pensare (il campo, gli affari…). Sono uomini impegnati, realisti, coi piedi per terra, non hanno tempo da perdere. Preso atto del rifiuto il re manda i suoi servi ai “crocicchi” delle strade, in quei luoghi in cui terminano le strade e cominciano i sentieri. Li manda fuori dalla città ad invitare le persone più lontane dal re. Il vangelo dice che vengono chiamati “cattivi e buoni”.
Dio offre la sua amicizia a tutti. Non c’è nessuno che possa dire: «Dio non vuole o non può essere mio amico, sono troppo cattivo, troppo “sbagliato” per essere suo amico». Quante volte ci siamo sentiti dire che l’amicizia con Dio è qualcosa che ci dobbiamo meritare, che Dio ci ama solo se ci comportiamo in modo degno di lui. Invece il vangelo dice che Dio offre la sua salvezza davvero a tutti. Don Davide
Il perdono di chi ci ha fatto del male è ciò che ci rende simili a Dio. Per contro, senza un’apertura all’insegnamento di Gesù sul perdono qualunque progresso spirituale o morale è illusorio.
Lo insegna il vangelo di questa domenica in cui Gesù racconta una storia per far comprendere cosa sia il perdono e su cosa si fondi. È la parabola del servo malvagio che, dopo essersi visto condonare un debito enorme, si rifiuta a sua volta di rimettere il debito a un suo pari che gli deve una cifra al confronto irrisoria.
La parabola mostra che il perdono manda all’aria l’idea umana di giustizia. La nostra giustizia si può infatti riassumere nella formula “unicuique suum tribuere” (che, non per niente, campeggia sopra l’ingresso della facoltà di Giurisprudenza), cioè nel “dare a ciascuno il suo”. Ognuno deve avere ciò che merita, nel bene e nel male. Il mondo va, o dovrebbe, andare avanti così. La giustizia di Dio è però un’altra cosa, non è contro la legge ma va oltre la legge. Dio rimette i nostri debiti al di là di ogni ragionevole misura.
Ognuno di noi sa quanto questo possa risultare affascinante quando lo consideriamo in astratto, ma terribilmente difficile quando abbiamo subìto dei torti, più o meno gravi, che ci hanno davvero ferito. Perciò non ci sono ricette da applicare. Ogni cammino di riconciliazione è una storia a sé e può assumere forme molto diverse, dalla rinuncia alla vendetta alla rappacificazione, dal riprendere un rapporto affettivo, di fraternità o di amicizia che si era interrotto al provare a pregare per chi ci ha fatto del male perché magari non riusciamo a fare altro. L’essenziale è che ascoltando questa pagina del vangelo chiediamo a Dio di farci andare oltre i nostri blocchi interiori e le nostre misure, aprendoci il cuore ad un cambiamento reale. È essenziale per entrare nel regno di Dio, cioè nella vita nuova che Cristo sta realizzando anche oggi nel mondo. Don Davide